Parco della collina di San Colombano
Al giardino delle farfalle e delle libellule è presente una PICCOLA XILOTECA.

Questa piccola XILOTECA è una raccolta di campioni di legno esposta in modo che si possano osservare le caratteristiche di ciascun pezzo: è possibile confrontarli visivamente, osservandone il colore e la trama, tattilmente, toccando la corteccia, e olfattivamente, annusandone il profumo.
Sono stati appesi a catenelle per poterli soppesare e valutare così anche le differenze in peso specifico.
Queste esperienze sensoriali ci aiutereranno, forse, a guardarci attorno con più attenzione e magari anche a riconoscere gli alberi che incontreremo sul nostro cammino. Dovrebbero anche aiutarci a riflettere su quanto grande sia la varietà di aspetti che caratterizzano le piante e su quanto poco questa grande varietà venga effettivamente percepita ed apprezzata.
Questa ricchezza di varietà è l’essenza della biodiversità.
Ogni campione esposto ha due cartellini: uno identifica la specie con il nome scientifico in latino e l’altro con il nome comune in italiano.
In questa pagina vengono fornite alcune informazioni che riguardano le essenze dei campioni di legno esposti, elencati in ordine alfabetico. (Cliccando sul nome della specie arriverete le info)
- Acero saccarino (Acer saccharinum)
- Betulla bianca (Betula pendula)
- Cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara)
- Ciliegio selvatico (Prunus avium)
- Farnia (Quercus robur)
- Fico (Ficus carica)
- Gelso (Morus alba)
- Melo (Malus domestica)
- Nocciolo (Corylus avellana)
- Noce (Junglas regia)
- Olmo (Ulmus minor)
- Robinia (Robinia pseudoacacia)
- Salice piangente (Salix babylonica)
- Sambuco (Sambucus nigra)
- Tiglio (Tilia sp.)
- Vite (Vites vinifera)
Alberi e arbusti

Acero saccarino, acero bianco, acero argentato (Acer saccharinum)
albero, latifoglia, caducifoglia, di origine nordamericana
Albero introdotto in Europa nel 1730 come albero ornamentale. Ha una crescita veloce e le foglie, profondamente lobate con la pagina inferiore argentata, in autunno assumono un colore giallo ( a volte rosso) che lo rendono molto decorativo. È stato spesso utilizzato nei parchi urbani e lungo i viali, tuttavia, poichè la sua rapida crescita produce legno fragile che è comunemente danneggiato nelle tempeste, oggi nviene raramente utilizzato per questo scopo.
Albero dalla caratteristica corteccia che si sfoglia in lamine sottili tendenti ad arrotolarsi, di colore bianco con macchie irregolari nere. Le foglie sono piccole, triangolari e appuntite, di colore verde medio, il margine è seghettato. Pianta monoica con fiori maschili riuniti in amenti sessili, penduli e fiori femminili riuniti in spighe corte ed erette. Dalle infruttescenze cilindriche a maturità si liberano delle piccole samare provviste di un’ala membranosa. È specie pioniera e prepara condizioni accettabili per specie più esigenti che la soppianteranno una volta insediate.
Tutte le parti della pianta sono utilizzate. Il legno, principalmente per i mobili ma anche per piccoli oggetti o come combustibile; i rametti come materiale da intreccio, la corteccia per molteplici usi, come la concia delle pelli, il rivestimento di tetti e canoe o la distillazione per ottenere un olio ad azione antisettica; le foglie, che danno un colorante che può essere giallo, verde o rosso, in seguito a trattamenti diversi; possono inoltre essere utilizzate come foraggio per animali o come infuso. Infine con la linfa zuccherina fermentata si producono bevande alcoliche.

Cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara)
Albero, conifera, sempreverde, di origine asiatica
Albero sempreverde di grandi dimensioni, alto mediamente 40-50 m, ma che può raggiungere i 60 metri di altezza e i 3 metri di diametro. La sua chioma è piramidale e la cima è ricurva fin da giovane. Il tronco è unico, cilindrico e con corteccia grigiastra, che negli esemplari adulti si screpola in placche sottili. I rami sono tendenzialmente orizzontali e portano ripiani di fogliame, con caratteristici germogli apicali penduli.
Il legno del Cedro dell’Himalaya è un materiale pregiato, caratterizzato da leggerezza, profumo, tonalità variabili dal bruno-rossastro al giallo chiaro e giallo-bruno, e resistenza agli attacchi di insetti lignicoli.
L’utilizzo principale del Cedro del Libano è quello ornamentale, per il quale fu introdotto in Europa nel 1820.

Ciliegio selvatico (Prunus avium)
Albero, latifoglia, caducifoglia, autoctono
Albero elegante alto fino a 20 metri e oltre, riconoscibile per i noti frutti, le ciliege, e per la corteccia levigata che si sfalda in striscie orrizontali. I fiori bianchi peduncolati sono disposti in corimbi e vengono impollinati dalle api. La fioritura ha luogo all’inizio della primavera contemporaneamente alla produzione di nuove foglie, ed è molto appariscente tanto da caratterizzare il paesaggio dove i ciliegi sono numerosi. I frutti vengono mangiati da numerosi uccelli e mammiferi, che ne digeriscono la polpa e disperdono il seme nei loro escrementi.
Il ciliegio selvatico ha costituito fonte di nutrimento per gli esseri umani per migliaia di anni. La pianta domesticata è stata ottenuta da numerose ibridazioni di ciliegio selvatico. I nòccioli sono stati trovati in depositi archeologici appartenenti a insediamenti dell’età del bronzo in varie zone europee
I frutti vengono consumati freschi e conservati, servono per la preparazione di marmellatte, sciroppi e liquori. Il decotto dei piccioli ha qualità diuretiche. Il legno, di qualità molto pregiata, è utilizzato per farne mobili botti, sculture, parti di strumenti musicali e lavori al tornio. Dalla corteccia si ricava un colorante giallo.

Farnia (Quercus robur)
Albero, atifoglia, caducifoglia, autoctono
Grande albero con chioma molto ampia, raggiunge i 35 metri negli esemplari isolati. La specie è facilmente riconoscibile per le foglie lobate dotate di due orecchiette all’inserzione del cortissimo picciolo. Le ghiande, riunite in gruppi di due o tre , sono sorrette da un picciolo lunghissimo. In prossimità dei grandi fiumi di pianura forma boschi in associazione con l’olmo (querco-olmeti). In passato è stato considerato albero sacro da molte popolazioni del centro e nord Europa.
La quercia farnia è una delle specie più ospitali per gli insetti, che comunque difficilmente riescono a danneggiarla. Le ghiandaie sono molto apprezzate dalla ghiandaia che contribuisce alla disseminazione della specie. Anche i cinghiali e numerosi roditori si cibano di ghiande, così come colombacci, verdoni e peppole.
Il legno è molto ricercato per costruzioni navali, edil, e per la produzione di mobili, travature, botti e rivestimenti. Dalla corteccia si ricavano coloranti ed è utilizzata per la concia delle pelli , così come le galle da cui si ricavano inchiostri. Le galle della farnia sono tra le più conosciute ed erano apprezzate in passato dai bambini per la loro forma sferica che consentiva di usarle come palline.

Fico (Ficus carica)
Albero, latifoglia, caducifoglia, di origine mediterranea
Albero dal tronco corto e ramoso che può raggiungere altezze di 6–10 m, con corteccia liscia e di colore grigio e grandi foglie scabre, oblunghe, grossolanamente lobate a 3-5 lobi, di colore verde scuro sulla parte superiore, più chiare ed ugualmente scabre sulla parte inferiore. Quello che comunemente viene ritenuto il frutto è in realtà una infruttescenza di medie dimensioni, carnosa, piriforme, ricca di zuccheri a maturità, detta siconio di colore variabile dal verde al rossiccio fino al bluastro-violaceo, cava, all’interno della quale sono racchiusi i fiori unisessuali, piccolissimi; una piccola apertura apicale, detta ostiolo, consente l’entrata degli imenotteri pronubi (Blastophaga psenes la “vespa” del fico ); i veri frutti, che si sviluppano all’interno dell’infiorescenza (che diventa perciò un’infruttescenza), sono numerosissimi piccoli acheni. La polpa che circonda i piccoli acheni è succulenta e dolce, e costituisce la parte edibile. I frutti sono appetiti da numerosi uccelli, tra questi il beccafico (Sylvia borin), e insetti.
La fecondazione del fico è molto particolare, complessa e interessante, per una descrizione dettagliata leggi qui
Testimonianze della coltivazione del fico si hanno già nelle prime civiltà agricole di Palestina ed Egitto, da cui si diffuse successivamente in tutto il bacino del Mediterraneo e i suoi frutti seccati al sole sono stati un alimento molto importante per le popolazioni mediterranee. I frutti sono consumati anche freschi o trasformati in marmellate o anche fermentati e distillati. Da rametti e foglie si ricava un colorante verde chiaro per la lana. Il lattice che sorga dai piccioli fogliari veniva utilizzato per eliminare le verruche. IL legno è troppo poroso per avere validi impieghi ma acquista resitenza dopo una lunga stagionatura. Non è un buon combustibile ma dalla sua cenere si otteneva un ottima lisciva.

Gelso (Morus alba)
Albero, latifoglia, caducifoglia, di origine asiatica.
Albero ad accrescimento piuttosto rapido, è longevo e può diventare secolare, alto fino a 15–20 metri, con tronco che si presenta irregolarmente ramificato, chioma densa, ampia e arrotondata verso la sommità. Presenta radici di colore aranciato carico, robuste, profonde ed espanse. Vegeta in luoghi soleggiati o al massimo a mezz’ombra, e necessita di ampio spazio in quanto raggiunge notevoli dimensioni. Le foglie presentano un elevato polimorfismo, generalmente hanno forma ovato-acuta asimmetrica alla base, ma non di rado sono cuoriformi e in forme intermedie tra le due appena citate. I fiori sono unisessuali: quelli femminili si presentano come amenti globosi lunghi uno due cm, quelli maschili formano infiorescenze ad amento di forma cilindrica. Solitamente i due fiori di diverso sesso sono portati da piante separate, cioè piante dioiche, anche se non sono rari i casi di esemplari con ambedue le infiorescenze sulla stessa pianta. Il Morus alba fiorisce in aprile-maggio. I frutti, chiamati impropriamente more di gelso, sono infruttescenze composte formate dall’unione di un frutto vero e proprio, le nucule, e un falso frutto, che costituisce la polpa. Il nome corretto di questa infruttescenza è sorosio e somiglia ad un piccolo lampone o ad una mora di rovo, ma è più grosso ed allungato. Il colore dei sorosi di Morus alba è bianco-giallognolo o rosa-violetto (può esserci confusione con quelle di Morus nigra), e sono portati da un breve picciolo. Sono commestibili, la polpa è dolciastra con punte acidule. Una volta fermentati ci si può ottenere un liquore alcolico. I semi sono piccoli, sferici e sono diffusi principalmente dagli uccelli, in particolare merli e storni che si cibano dei frutti.
Il gelso bianco ha trovato un habitat ideale in Italia e in Europa meridionale dove venne introdotto grazie a monaci italiani di ritorno dai loro viaggi di evangelizzazione in Asia, assieme ad alcuni bachi da seta, ma solo nel XII secolo si ebbe una massiccia diffusione principalmente per l’uso delle sue foglie in bachicoltura come alimento dei bachi da seta. Nell’Ottocento in molte regioni italiane era diventata una coltura fondamentale e questa importanza persistette sino agli anni ’50 del secolo scorso, quando venne a mancare a causa dell’introduzione di fibre sintetiche e di nuovi tessuti che decretarono la fine dell’importanza che la seta ebbe fino ad allora. Le foglie possono essere utilizzate come foraggio o per produrre un colorante giallo se raccote in autunno. Il legno durevole e flessibile veniva usato per la produzione di carri barche e navi mobili e atrezzi. In Emilia-Romagna ancora oggi il legno di questa pianta è fondamentale per la produzione dell‘Aceto balsamico tradizionale di Modena, ed è utilizzato per la costruzione di botti che conferiscono un particolare aroma al prodotto.

Melo (Malus domestica)
Albero, latifoglia, caducifoglia, coltivato
È una delle più diffuse piante da frutto, coltivato fin dal Neolitico se ne conoscono ora mille varietà. È un piccolo albero di 3-10 metri di altezza, con una chioma densa ed espansa.Le foglie sono alterne e semplici, a lamina ovale, leggermente seghettate, con apice acuto e base arrotondata. I fiori sono ermafroditi di colore bianco-rosato esternamente e bianco internamente, con una corolla composta da 5 petali e sono riuniti in infiorescenze a corimbo. La fioritura avviene in primavera, simultaneamente al germogliamento. L’impollinazione è entomofila. Il frutto, detto pomo o mela comunemente, si forma per accrescimento del ricettacolo fiorale insieme all’ovario ed è perciò un falso frutto; ha forma globosa prima verde e a maturazione, estivo-autunnale, con colore variabile dal giallo-verde al rosso. Il frutto vero, derivato dall’accrescimento dell’ovario è in realtà costituito dal torsolo, di consistenza più coriacea rispetto alla polpa. Il pericarpo contiene cinque carpelli disposti come una stella a cinque punte; ogni carpello contiene da uno a tre semi. Il melo è caratterizzato da autoincompatibilità. In conseguenza di ciò i semi generati sono sempre figli di due genitori differenti e quindi si limita la selezione artificiale delle caratteristiche interessanti per la coltivazione. Pertanto si ricorre largamente all’innesto per moltiplicare gli esemplari che esprimono meglio le caratteristiche di una certa varietà. Tale pratica abbassa la varietà genetica tra gli esemplari e rende le coltivazioni più sensibili alle malattie ed ai parassiti.
Le mele vengono consumate fresche, cotte, secche oppure tasformate in marmellate, confetture e succhi, dalla loro fermentazione si ricava il sidro. Il legno, dalla bella colorazione ma tendente a fendersi, viene usato per intarsi oggetti al tornio, sculture, piccoli mobili e strumenti. È un ottimo combustibile.

Nocciolo (Corylus avellana)
Arbusto, latifoglia, caducifoglia, autoctono
La pianta ha portamento a cespuglio, se lasciata in forma libera può raggiungere anche l’altezza di 7– 8 metri. Ha foglie semplici, cuoriformi a margine dentato, dotate di una lunga punta. È una specie monoica, con crescita rapida. Le infiorescenze sono unisessuali. Le maschili in amenti penduli che si formano in autunno, le femminili somigliano ad una gemma di piccole dimensioni. Ogni cultivar di nocciolo è autosterile ed ha bisogno di essere impollinata da un’altra cultivar. I frutti (chiamato nocciole) sono riuniti in piccoli gruppi e ciascuno è avvolto da brattee da cui si libera a maturazione e cade.
Le nocciole sono commestibili e vengono usate crude, tostate o macinato in pasta, inoltre sono ricche di un olio usato sia nell’alimentazione che dall’industria cosmetica. Il legno del nocciolo è molto flessibile, elastico e leggero, fin dall’antichità veniva usato per costruire ceste e recinti. Non è adatto come materiale da costruzione o per mobili in quanto troppo elastico e poco durevole. Dal carbone si ottengono un ingrediente per la polvere da sparo e carboncini da disegno.
Numerosi animali si cibano di nocciole, contribuendo alla disseminazione della specie. Tra esse: il moscardino, il topo selvatico, le arvicole il picchio muratore, la ghiandaia, la gazza, la cinciallegra e il picchio rosso maggiore che si serve di fessure nelle cortecce per incastrarvi i frutti e fendere con maggior facilità il robusto guscio. L’habitat naturale del nocciolo è costituito da boschi di latifoglie, soprattutto querceti misti mesofili, radure e margini. Può formare boschetti pionieri su terreni freschi pietrosi, in consociazione con aceri o pioppo tremulo.

Noce (Junglas regia)
Albero, latifoglia, caducifoglia, di origine asiatica.
Il noce è un albero vigoroso e caratterizzato da un tronco solido, alto, dritto e con un portamento maestoso e presenta radici robuste inizialmente fittonanti e a maturità espanse e molto superficiali. Può raggiungere i 30 metri di altezza ed è molto longevo diventando plurisecolare.
Le foglie sono grandi e verde chiaro, composte e alterne, con una particolare fragranza quando vengono stropicciate. È una pianta monoica in cui i fiori maschili sono riuniti in amenti penduli, lunghi 10–15 cm, che appaiono sui rami dell’anno precedente prima della comparsa delle foglie. I fiori unisessuali femminili si schiudono da gemme miste dopo quelli maschili, sono solitari o riuniti in gruppi, appaiono sui nuovi germogli dell’anno, contemporaneamente alle foglie.
Il frutto è una drupa, composta dall’esocarpo (mallo) carnoso, fibroso, annerisce a maturità e libera l’endocarpo legnoso, cioè il seme, la noce vera e propria, costituita da due valve che racchiudono il gheriglio con elevato contenuto in lipidi. La fioritura avviene ad aprile e la maturazione si ha a settembre-ottobre.
Il noce è stato introdotto in Europa tra il VII e il V secolo a.C., la sua diffusione originaria allo stato selvaggio è compresa tra la Penisola balcanica meridionale e l’Asia centrale. Produce un legno duro, piacevolmente venato e dal colore caratteristico per la produzione di mobili, commercialmente noto in Italia come Noce nazionale. Le noci sono prevalentemente consumate come frutta secca. Possono tuttavia essere tritate per ottenere, per pressione e con le tecniche per spremitura, l‘olio di noci, che conosce sia usi come olio alimentare, sia come olio siccativo nella pittura ad olio: il suo uso alimentare incontra un forte limite nella sua rapida tendenza a irrancidire. Il mallo delle noci non completamente mature è usato anche per la produzione del liquore chiamato nocino. Dalle varie parti del noce si ottengono ottimi coloranti per tessuti.

Olmo (Ulmus minor)
Albero, latifoglia, caducifoglia, autoctono.
È un albero di media grandezza, alto fino a 30 metri,è una pianta longeva e vigorosa ma da alcuni decenni una malattia di origine fungina , la grafiosi, sta decimando gli esemplari più vecchi . Inconfondibile per la forma delle foglie la cui base è assimetrica e copre parte (con metà lamina) il corto picciolo. Le foglie hanno margine dentellato e sono colore verde, che vira al giallo durante l’autunno, prima della caduta. La pagina inferiore è di colore grigio-verde. I fiori sono piccoli, ermafroditi e dotati di petali verdastri. La fioritura avviene prima dell’emissione delle foglie, nel periodo compreso tra i mesi di febbraio e marzo. Il frutto è una samara, le samare ellittiche, glabre, con seme portato al centro, brevemente peduncolate sono disperse in maggio. Il suo habitat naturale è rappresentato da boschi e terreni incolti. Lo si ritrova anche lungo il greto di torrenti e ruscelli. È abbastanza diffuso in boschi misti mesofili planiziali. Colonizza coltivi abbandonati nelle zone di media montagna e collina.
Per via della flessibilità e sottigliezza dei suoi ributti, è una pianta spesso utilizzata nell’ambito della cesteria: queste parti dell’albero sono raccolte direttamente dalla pianta durante l’inverno, quando prive di foglie, per poi essere utilizzate per tutte le parti del cesto. Dalla parte più interna della corteccia si ricavavano fibre per tessuti grossolani. Foglie e corteccia hanno proprietà astringenti. Il legno è molto duro e viene impiegato per lavori dove debba essera a contatto con l’acqua ( dove la sua durata viene esaltata) come palafitte, barche e ponti oppure per la sua resitenza agli sforzi nella fabbricazine di attrezzi agricoli, parti di carri, argani, viti di torchi. Viene anche impiegato nella produzione di mobili.
Gli Etruschi usavano l’olmo come supporto nella coltivazione della vite, imitati successivamente dai Romani che diffusero questa pratica ovunque in particolare nelle campagne della Valpadana. Nel paesaggio della pianura padana l’olmo campestre era una delle essenze arboree più diffuse, veniva potato in modo da assicurare alla vite un sostegno vivo in grado di fornire anche legna e foglie come foraggio alternativo al fogliame. Tale coltivazione era chiamata piantata padana.
L’agente di trasmissione della grafiosi è un coleottero Scolytus scolytus o grande scolito dell’olmo. L’attaco dell’insetto di per se ininfluente diviene mortale se esso trasporta sul suo corpo le spore della malattia fungina che non il suo sviluppo bloccherà progressivamente ma inesorabilmente alla linfa il passaggio tra chioma e radici, causando la morte dell’olmo colpito e facendone un focolaio di infezione per i suoi vicini.

Robinia (Robinia pseudoacacia)
Albero, latifoglia, caducifoglia, di origine nordamericana.
L’acacia è una pianta con portamento arboreo (alta fino a 25 metri) o arbustivo; spesso ceduata, produce polloni che spuntano sia dal colletto, sia dalle radici. La corteccia è di colore marrone chiaro ed è molto rugosa. Le foglie sono composte, imparipennate, alterne, lunghe fino a 30-35 cm, con foglioline ovate a margine intero, di colore verde pallido, glabre, e con apice esile. Le foglioline che compongono la foglia composta sono aperte di giorno, mentre la notte tendono a chiudersi sovrapponendosi. I fiori sono bianchi o bianco-crema con l’aspetto tipico di quelli delle leguminose. Sono riuniti in grappoli pendenti ed hanno profumo molto gradevole, che si diffonde a centinaia di metri di distanza. La fioritura avviene tra la fine di aprile e le prime settimane di maggio. I frutti sono baccelli, prima verdi e poi marroni, deiscenti a maturità. I rami sono caratterizzati dalla presenza di numerose spine, lunghe e solide sui rami più giovani.
I semi di Robinia semi provenienti dalla Virginia, furono importati nel 1601 da Jean Robin, farmacista e botanico del re di Francia Enrico IV. L’introduzione avvenne attraverso l’esempLare che Jean Robin piantò a Parigi, nell’attuale Place René Viviani, sulla Rive gauche, che è ancora esistente, anche se danneggiato dai bombardamenti della Prima guerra mondiale e successivamente anche da un fulmine. Per questo motivo è stato necessario sostenerlo con tre pilastri in cemento. Ciò nonostante è vigoroso continua a fiorire ogni primavera, da oltre quattrocento anni. In Italia la robinia è stata introdotta nel 1662 nell’Orto botanico di Padova.
Come tutte le leguminose, è in simbiosi radicale con microrganismi azotofissatori e quindi arricchisce il suolo di azoto, importante elemento nutriente. Nel complesso, la robinia è una specie pioniera, che al di fuori del suo areale di vegetazione naturale presenta una limitata longevità (60-70 anni) e quindi nelle zone più fertili è specie transitoria che può essere gradualmente sostituita da altre specie più longeve. In alcuni ambienti, specie quelli degradati dall’uomo, questa pianta si comporta come specie invasiva.
La rapida diffusione di questa specie è stata inizialmente favorita dall’uomo, che la apprezza non solo per il legno, ma anche come pianta mellifera e come specie ornamentale; ciò a motivo delle sue numerose qualità: la resistenza a condizioni avverse, l’abbondante e profumata fioritura e la velocità di crescita. L’acacia è una pianta altamente nettarifera ed ha una grande importanza nell’apicoltura. Il miele di acacia è senza dubbio tra i più conosciuti ed apprezzati ed è il miele monoflora più diffuso nei punti vendita. Per la sua capacità di prosperare anche in condizioni che sarebbero avverse per altri alberi, la robinia viene utilizzata per il rimboschimento delle aree rimaste senza copertura vegetale in seguito a errate pratiche di gestione del suolo. Ancora oggi viene utilizzata lungo i terrapieni delle ferrovie e nelle scarpate instabili, a motivo della sua crescita veloce e del suo apparato radicale molto sviluppato, caratteristiche che le permettono di stabilizzare rapidamente i pendii evitando che franino. Il legno , di colore giallo, ad anelli ben distinti, resistente all’umidità, è duro e pesante ed è un ottimo combustibile utilizzabile anche non stagionalo e la ramaglia. Dopo oltre trecentocinquant’anni dalla sua introduzione, Robinia pseudoacacia può ormai essere considerata come entità integrante della flora italiana ed è da considerarsi alla stregua di altri alberi introdotti nei secoli passati e poi acclimatatisi, apprezzabili per le loro qualità.

Salice piangente (Salix babylonica)
Albero, latifoglia, caducifoglia, di origine cinese.
Albero di medie dimensioni, inconfondibile per i lunghi rami penduli, sottili e flessibili, che gli donano un portamento molto particolare, cascante e riverso in basso, da cui deriva il nome comune di salice ‘piangente’. Ha una crescita rapida ma non è molto longevo.
Le foglie sono disposte a spirale, di colore verde chiaro, strette e lunghe, appuntite, con un margine finemente seghettato e in autunno, prima di cadere, assumono uno stupendo tono giallo dorato. Come tutte le specie appartenenti al genere Salix è una pianta dioica e i fiori riuniti in amenti compaiono nella primissima primavera. I frutti sono delle capsule contenenti molti piccoli semi, ognuno provvisto di un ciuffo di peli bianchi e setosi.
I salici piangenti possono offrire rifugio e nutrimento a una varietà di specie animali, come uccelli e insetti. Le loro foglie, rami e corteccia sono utilizzati come materiale da nidificazione e fonte di cibo, contribuendo alla biodiversità degli ecosistemi in cui crescono.
La specie è originaria della Cina ed è stata introdotta in Europa nel diciottesimo secolo a scopo ornamentale e in virtù del caratterisitco e maestoso portamento viene ancora oggi utilizzata per abbellire parchi e giardini con esemplari isolati nei prati o nei pressi di specchi d’acqua, poichè prediligi suoli umidi e fertili.

Sambuco (Sambucus nigra)
Arbusto, latifoglia, caducifoglia, autoctono.
Grande arbusto, con tronco molto ramificato che talora assume il portamento di un piccolo albero. I rami sono opposti ad andamento arcuato e ricadente. È molto diffuso anche grazie all’aiuto di numerose specie di uccelli che ne mangiano i frutti, contribuendo a rilasciare i semi anche a grandi distanze dalla pianta da cui si sono nutriti.
Caratteristica della sezione dei rami e del tronco è il midollo centrale bianco, soffice ed elastico, costituito da cellule sferiche dalla sottile parete di cellulosa. Le foglie sono composte da cinque a sette foglioline dentate, con forma ovale e allungata e molto ristrette in punta; sono di colore verde-brillante, se stroppiciate emanano un odore intenso, sgradito a molti. I fiori sono piccoli ma riuniti in infiorescenze peduncolate, ombrelliformi che possono raggiungere il diametro di 20 cm, prima erette, poi reclinate. Sono molto profumati. I frutti sono piccole drupe globose, prima verdi poi viola-nerastre, lucide e succose a maturità, raggruppate in infruttescenze pendule, su peduncoli rossastri. Contengono da 2 a 5 semi ovali e bruni.
Le proprietà medicinali del sambuco sono note praticamente da sempre, anzi nella medicina tradizionale era considerato una vera panacea, perchè ogni parte della pianta aveva un efficace utilizzo curativo.
Innumerevoli sono anche gli utilizzi in altri campi : i fiori freschi, fritti in pastella e poi passati nello zucchero, sono un ottimo dolce, ottimi anche nelle insalate, nelle frittate e nelle macedonie;
i fiori secchi possono essere usati per aromatizzare bevande alcoliche, amari, il vino bianco e l’aceto: l’odore si trasforma in lieve e piacevole aroma.
I frutti ben maturi, possono essere mangiati, ma in genere vengono usati per la confezione di marmellate e sciroppi, ma bisogna fare attenzione perchè i frutti immaturi possono determinare fenomeni di intossicazione. La bevanda più famosa prodotta con le bacche di Sambuco è la “sambuca romana”.
Il legno è da sempre conosciuto, come materia prima per immanicare badili ed altri attrezzi agricoli, mentre i giovani rami privati del midollo, hanno fornito a generazioni di bambini cerbottane e fischietti sonori .
Il midollo di Sambuco, oggi è stato sostituito da materiali sintetici, ma sino a non molti anni fa , veniva impiegato nella strumentazione di laboratorio: in fisica, miscroscopia e in modellistica.

Tiglio (Tilia sp.)
Albero, latifoglia, caducifoglia, autoctono.
Al genere Tilia appartengono diverse specie anche specie ibride o alloctone. Le specie autoctone sono Tilia cordata (tiglio selvatico) e Tilia platyphillos (tiglio nostrale) che sono distinguibili per alcune caratteristiche ma sono generalmente molto simili.
Non siamo in grado di determinare la specie specifica di appartenenza del campione esposto nella picola xiloteca perciò diamo qui i caratteri distintivi del genere e comuni alle varie specie.
Sono alberi di notevoli dimensioni, hanno una vita lunga (anche cinque secoli!) dall’apparato radicale espanso, profondo. Possiedono un tronco robusto, colonnare alla cui base si sviluppano frequentemente numerosi polloni. La chioma è ampia con fogliame denso, ramosa e tondeggiante o ovale. La corteccia dapprima liscia presenta nel tempo screpolature longitudinali. Hanno foglie alterne, asimmetriche, picciolate con base cordata e acute all’apice, dal margine variamente seghettato.
I fiori sono bianco giallognoli , ermafroditi, molto profumati, riuniti a gruppi di 3 (o anche 2-5) in infiorescenze dai lunghi peduncoli dette antele (cioè infiorescenze in cui i peduncoli fiorali laterali sono più lunghi di quelli centrali). Le infiorescenze sono protette da una brattea fogliacea ovoidale di colore verde-pallido, che rimane nell’infruttescenza e come un’ala agevola il trasporto a distanza dei frutti. L’impollinazione è entomofila e molto mellifera.
I frutti sono delle nucule ovali o globose, della grandezza di un pisello, con la superficie più o meno costoluta, pelosa e con un endocarpo legnoso e resistente.la disseminazione è anemocora e continua per tutto l’inverno.
I semi sono profondamente dormienti e in natura hanno bisogno di rimanere nel terreno almeno due anni per germinare.
Il legno di tiglio per la sua consistenza uniforme, è impiegato per sculture, casse di risonanza per strumenti musicali, tasti per organi e pianoforti e lavori di falegnameria. La parte interna della corteccia è molto fibrosa e queste fibre venivano usate per fare stuoie e cordami. In erboristeria vengono normalmente usate le infiorescenze con brattee, ma anche la corteccia, la linfa e il legno.
Pianta molto mellifera, produce un miele molto ricercato e profumato, ma bisogna fare molta attenzione alla zona di provenienza in quanto i tigli sono dei grandi accumulatori di metalli pesanti e inquinanti. Proprio questa sensibilità all’inquinamento atmosferico ne ha ridotto il tradizionale uso per parchi e alberature di viali cittadini, dove, peraltro, le reiterate potature indeboliscono notevolmente la pianta, rendendola facilmente aggredibile dai parassiti fino alla morte.

Vite (Vitis vinifera)
Rampicante, caducifoglia, autoctono di origine dubbia.
Pianta legnosa incapace di reggersi da sola e quindi con portamento rampicante, notissima a tutti perchè coltivata da millenni per la produzione di uva e vino. Le piante coltivate sono vitigni, cultivar selezionate per adattarsi a specifici ambienti e per ottenere frutti con caratteristiche tipiche, che della specie originaria mantengono le caratteristiche botaniche fondamentali.
Il portamento naturale è irregolare, con ramificazione rada ma molto sviluppata in lunghezza, anche diversi metri. Il fusto è più o meno contorto e irregolare, di varia lunghezza, con rami procombenti o rampicanti secondo le condizioni, più o meno densamente ramificati, con ritidoma persistente che, forzato a mano, si distacca a nastro. In corrispondenza dei nodi, sui tralci dell’anno, si inseriscono tre diversi organi: i cirri, le foglie, le infiorescenze.
I cirri, comunemente detti viticci, sono organi di sostegno opposti alle foglie, che hanno uno sviluppo a spirale elicoidale permettendo l’ancoraggio del germoglio ad un supporto di qualsiasi natura. Le foglie, i cosiddetti pampini, sono palmate, con lembo intero o suddiviso in genere in 3 o 5 lobi più o meno profondi; in autunno le foglie perdono la clorofilla assumendo, secondo il vitigno, una colorazione gialla o rossa. Con l’entrata in riposo vegetativo le foglie possono persistere per un tempo più o meno lungo sulla pianta. I fiori sono riuniti in infiorescenze a pannocchia, dapprima erette, poi pendule. Il frutto è una bacca detta acino, il frutto chiamato uva è un grappolo di acini; il colore della bacca matura varia, secondo il vitigno, dal verde al giallo, dal roseo al rosso-violaceo, dal nero o al nero-bluastro. La sottospecie selvatica si distingue da quella da vino (spesso inselvatichita) per gli acini più piccoli e con polpa dal sapore acido.
La storia dei rapporti tra la vite e l’uomo risale ad epoche antichissime, probabilmente alla fine del neolitico, in seguito ad un’accidentale fermentazione di uva conservata in rudimentali recipienti.
Le prime tracce di coltivazione della vite sono state rinvenute nella regione del Caucaso, in Armenia e nel Turkestan. Nel XIX secolo due malattie e un insetto provenienti dall’America sconvolsero la coltivazione della vite: la Peronospora della vite, l’oidio e la fillossera, che distrussero enormi quantità di vigneti tra il 1870 e il 1950. I coltivatori furono costretti a innestare i vitigni sopravvissuti su specie (ed ibridi) di origine americana (Vitis berlandieri, Vitis rupestris, Vitis riparia), resistenti alla fillossera, e ad utilizzare regolarmente prodotti fitosanitari come lo zolfo e il rame per contrastare l’oidio e la peronospora.
L’impiego dei frutti della vite dopo fermentazione, ed eventualmente acetificazione e distillazione è ben conosciuto. Sono inoltre è molto apprezzati sia freschi che seccati o conservati in altro modo; dai semi si ricava un olio alimentare. Le foglie di vite vengono utilizzate come ingrediente culinario in varie cucine e come foraggio per il bestiame. Il legno è molto resistente e veniva usato per pali e pioli. La vite infine si presta ottimamente per creare pergolati e rivestire recinzioni.
R. Groppali -Alberi e arbusti del Parco Adda Sud -1994- Libri del Parco Adda Sud 2
